La piazza del paese, da bambino, mi sembrava enorme, smisurata; cento passi dal negozietto del rigattiere fino alla fontana, nel mezzo –una fontanella piccola, decorosa nel suo stile antico-, cento passi dalla fontana alla parte opposta, dove si accampava don Vito tutti i giorni col suo carretto dei dolci. Nelle domeniche primaverili ed estive, incendiate dal sole, si correva bambini per la piazza subito dopo la messa, sollevando al nostro passaggio polvere e rondini appollaiate sull'acciottolato, mentre i grandi discutevano animatamente all'aperto, sulle seggiole piazzate sull'uscio del bar di Nannu 'Ntoni.
Ed era una corsa perdifiato la nostra, eppure ci voleva del tempo a percorrere quell’immensità inondata di luce, e poi tornare indietro, sempre gridando – i bambini gridano e ridono, quando corrono. Me ne ricordavo quasi come si ricordano i sogni. Anche i colori erano esagerati; il celeste del cielo, il rosso vivo della maglia di qualche compagno di giochi, persino il grigio scuro dell’acciottolato su cui volavamo come una tempesta gioiosa, risaltavano nella mente con la forza del nostalgico rimpianto.
Adesso quell'enorme piazza si era rimpicciolita. Restavo a guardarla da una delle estremità, come se volessi fermare il tempo lì, per sempre, senza avere nemmeno il coraggio di chiedere al cielo di ritornare indietro, di ritornare agli anni bambini in cui ci volevano cento passi per correre a dissetarsi alla fontanella nelle domeniche di troppo sole.
No, proprio non ce la facevo ad attraversarla. Mi tremavano le gambe, quelle gambe di ventuno anni che ormai mi pesavano come se ne avessi cento, quelle gambe percorse da due cicatrici, e il cuore che avrebbe dovuto dar loro la forza era straziato dalla cicatrice più grande, insanabile.
Non ce la facevo. Restavo lì fermo a guardarla, la piazza.
Ero tornato a casa, a San Mariano, in Sicilia. Mancavo da anni, da quando ragazzo me ne andai, ed era stata una mia scelta, me ne andai con un fucile in mano ed il fuoco nel cuore. Ed ora, al mio ritorno, quella piazza che ricordavo immensa era poco più di un cortile, ai miei occhi privati della gioia e dell'ingenuità di un tempo; eppure era giocoforza certamente più larga ora di quando ero partito, adesso che la guerra aveva buttato giù la caserma dei pompieri e al suo posto c'era solo un cratere.
Non so come riuscii a riscuotermi, d’un tratto. So solo che le gambe, lentamente, ritrovarono solida consistenza, quando fino ad un attimo prima me le sentivo quasi insostanziali. Certo il sangue non aveva ripreso a scorrere nelle vene con la consueta fluidità, certo camminare non era così semplice come lo era stato fino a qualche minuto prima di arrivare alla piazza, e sicuramente il nodo alla gola non si era sciolto, ma in ogni caso trovai la forza almeno di avanzare, un palpito alla volta.
Cominciai con passi pesantissimi ad attraversare quel luogo della mia infanzia che sentivo nella mia memoria vivo fino a piangerne. Girato l'angolo avrei percorso il vialetto che portava a casa mia, senza sapere cosa vi avrei trovato; da tempo ormai non sapevo più nulla di mia madre e di mia sorella, mentre di mio padre già avevo scoperto, attraverso un regio dispaccio giuntomi al fronte, che era morto da due anni. Un passo, un altro passo, e dopo un altro ancora, e ad ognuno di essi temevo che le gambe avrebbero definitivamente ceduto, che tutto il mio spirito sarebbe stato sopraffatto da un’emozione che sembrava strangolarmi.
Giunto all'altezza della fontana, intravidi una figura venire nella mia direzione, dalla parte opposta della piazza, lì dove ricordavo esserci il bar di Nannu 'Ntoni, mentre alle mie spalle ancora sorgeva la chiesa, miracolosamente scampata ai bombardamenti. Era una donna, sofferente per la calura estiva, che avanzava a passi nervosi, i capelli neri arruffati ed un'espressione spenta. Un leggero abito nero, forse addirittura scandalosamente corto per l’epoca, la avvolgeva in maniera conturbante.
Avrei potuto morirne, al solo vederla d’improvviso. Ma la riconobbi solo quando ci incrociammo.
-Rosina...- sussurrai per lo stupore.
Lei alzò lo sguardo, e d'un lampo mi riconobbe.
Ero andato via anche da lei, dall'unico amore possibile. Ci saremmo sposati se fossi rimasto, se non ci fosse stata la guerra, se il mondo avesse preso un'altra strada o se l'avessimo presa noi. Ci saremmo sposati se al lancio di dadi di uno dei tanti bivi dell’esistenza fosse uscito il sette o l’undici, come nei giochi che tanto divertono i signori della buona società nei loro salotti – ed hanno continuato a divertirli anche mentre noialtri si crepava al fronte. Ci saremmo sposati se la vita che avevo imboccato –in parte per destino, in parte per scelta- avesse previsto l’amore, fra tutti i vari accidenti possibili.
Ci saremmo sposati, o almeno mi piacque pensarlo in quel momento, a coltivare la consolazione che solo il fato mi avesse negato l’amore, piuttosto che pensare che l’amore stesso mi si fosse negato, allora e per sempre.
-Rosina…- in un solo bisbiglio, fu l’unico suono che intercorse fra noi.
Il suo nome.
Per un attimo mi sembrò di recuperare, davanti a lei, la forza e la freschezza dei ventun’anni che avevo, e forse lei sperò di ritrovare, via dalla guerra ormai finita, la bellezza dei suoi diciannove, umiliati ora da dolori troppo sordi.
Fu un attimo soltanto.
L'ultima cosa che ricordo di lei, quando mi diede la schiena, sdegnata, per lasciare in un angolo del passato da dimenticare in fretta me e quello che potevamo essere e non saremmo mai stati, è il suo sguardo, che in un lampo si era fatto inorridito e feroce, dopo essersi posato sulla mia divisa della Repubblica Sociale, sul gladio, sullo stemma che avevo cucito sul petto, la camicia nera e lo sguardo scontroso e spaventato di chi ha perso.
La vidi allontanarsi a passi affrettati, lontano dal destino dei vinti e incontro a chissà quale futuro. Forse avrebbe trovato qualche ricco barone latifondista o qualche capo mafioso disposto a sposarla, a restituirle la bellezza di un tempo a cui ancora aveva diritto, avrebbe trovato un esponente della genìa dei vincitori di una guerra che li aveva visti nascosti, imboscati da qualche parte.
Ripresi il cammino verso il vialetto che mi avrebbe ricondotto a quello che restava di casa mia, dopo la guerra. Era l'agosto del 1945.




