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RACCONTI 57° CONTEST

Vincitori e racconti delle edizioni passate dei contest.

RACCONTI 57° CONTEST

Messaggioda Jessie~ » 01/02/2010, 15:58

Bene cari, eccoci giunti al 57mo contest del Writer's Dream. Qui potete postare i vostri lavori riguardo il contest Talot, quindi prego, a voi le penne. v.v
I testi dovranno essere postati entro e non oltre questo giovedì, forza e coraggio. o,o

- snoopy&woodstock
- Conte Bezuchov
- Storto
- AfroditeAx
- H-block
- Nalea Erie- Agony racconto a quattro mani
- LadyLilith
- *Minnie93* ritirata
- Enfadd
- Lord Belial
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Re: RACCONTI 57° CONTEST

Messaggioda Conte Bezuchov » 03/02/2010, 21:18

Mi sono ispirato al XX degli Arcani Maggiori (Judgement). Ho dovuto comprimere gli eventi del racconto fantasy per evitare di scrivere un romanzo: chiedo venia in anticipo se non potrete seguirne il filo con una lettura veloce.



Il Pianeta Sacro

In quel tempo, il popolo degli Ibridi viveva nelle viscere del pianeta: una regione piena di orrori, di buio, di silenzio, situata parecchi chilometri sotto le grandi montagne.
Da quando su di loro si era abbattuto l’anatema originario, precipitandoli in un’immensa voragine, nessuno aveva più visto sfavillare le due stelle del Pianeta Sacro: Mida e Paravahate. La loro luce non penetrava nelle grotte, ma riempiva in superficie un mondo apparentemente vuoto, solitario, arido. Se le due stelle erano ancora lì, nei cieli del Pianeta Sacro, nessun Ibrido poteva più contemplarne la bellezza. Mida e Paravahate sopravvivevano da secoli soltanto nelle leggende e nelle fiabe degli Ibridi sotterranei, che ne conservavano una memoria vaga, intrisa di poeticità e quasi di magia.
Nei giorni successivi al terribile anatema, molti si erano interrogati sulle cause di quel disastro naturale. Qualcuno aveva parlato di una punizione divina, qualcun altro di una vendetta dei Demoni Inferiori. Pian piano, loro malgrado, tutti si erano abituati alla nuova condizione. Nessun Ibrido parlava più della calamità, dell’anatema originario. Nelle grotte il passato e il futuro erano inconcepibili, il tempo immobile come un infinito presente.
Nel corso dei secoli l’oscurità delle grotte aveva privato gli Ibridi del raziocinio. Persino in base al loro aspetto fisico era impossibile distinguerli dagli animali. Usi e costumi di quel popolo d’antico retaggio erano divenuti barbarici, selvaggi. Senza un perché gli Ibridi delle grotte si erano dati al cannibalismo e a pratiche strane e abominevoli: nelle eterne notti sotterranee si riunivano bestemmiando il nome del dio e facendo a pezzi uomini vivi o cadaveri. Avevano perso l’uso della scrittura e dimenticato cosa fosse la civiltà. L’affetto era concepito solo verso i membri del proprio clan, che si riconoscevano in uno stesso simbolo totemico. Lo splendore dell’antica civiltà, la sapienza degli avi vibrava solo nel canto stridulo delle madri che allattavano i figli. La civiltà rigida e primitiva che era germinata nelle viscere del Pianeta Sacro pareva così lontana dai tempi in cui, sopra gli uomini, le due stelle vegliavano benevolmente come due madri celesti.
Tutte le azioni degli Ibridi erano governate da impulsi naturali e i loro volti recavano i segni di una decadenza inesorabile. Le donne si erano profondamente imbruttite nell’oscurità, benché nel loro aspetto selvaggio si potesse ancora ravvisare il segno di un fascino perduto. Tutto, in quel formicaio nascosto, rimandava a un’epoca dell’oro. Ogni volto, ogni parola, ogni gesto diceva la caduta da quel mondo edenico su cui albeggiavano serene Mida e Paravahate.
Sin dal giorno funesto in cui si era scagliato sugli Ibridi l’anatema originario, la paura della morte era penetrata a tal punto nelle menti degli uomini da condurli sull’orlo della follia. Per scacciare la morte, che spesso i selvaggi rappresentavano sulle pareti di roccia nelle figure dei Demoni Inferiori, gli Ibridi costruivano delle locande-museo in cui i cadaveri erano imbalsamati nelle pose più strane e ridicole. Era in questi luoghi sacrileghi che ci si prendeva gioco dei Demoni, si praticavano riti orgiastici e si sacrificavano altri esseri umani.
Le grotte erano aree cupe, dagli odori mefitici. In ogni parte stalattiti e stalagmiti d’opale riflettevano in mille frammenti altre pareti, altre rocce opaline o, di tanto in tanto, i corpi sinuosi e agili degli Ibridi che fuggivano nei corridoi di pietra, quasi fossero inseguiti da pericoli sconosciuti e calamità inesistenti. Spesso il labirinto era talmente stretto e gli specchi di roccia disposti con una precisione tale che il viso di un Ibrido che viveva ai confini arrivava nel cuore di quei regni da incubo, a chilometri di distanza, riverberandosi nel semibuio attraverso quei naturali specchi riflettori. Pochi erano capaci di orientarsi in un groviglio talmente contorto e ottenebrante.
Gli specchi collegavano tutti i labirinti sotterranei e riflettevano le scene di vita di una società adamitica, rozza e sottosviluppata.
Così vivevano i selvaggi nelle grotte del Pianeta Sacro.
Ma nella notte dei tempi un clan, detto dei Corvi, era riuscito a sottrarsi all’anatema originario. Ai suoi membri il dio aveva concesso una grazia senza prezzo: quando la calamità aveva sprofondato gli abitanti nel ventre della terra, essi erano riusciti a mettere in salvo i propri codici, i manoscritti dei saggi, le tavole dei filosofi. Nelle tenebre delle grotte il Clan dei Corvi era riuscito a serbare intatta la propria razionalità e a contrastare l’avvento del medioevo intellettuale che aveva contagiato gli altri Ibridi, i selvaggi. Il loro clan era il solo a conoscere la legge, e abitava una zona segreta delle caverne. Quella stirpe di uomini umili e sapienti non si era estinta nel corso dei secoli, nonostante l’isolamento e le condizioni avverse. Continuava a vivere in pace in un reame profondo, governato da leggi sane e giuste. Eppure, in quell’abisso mostruoso, neanche i membri del Clan dei Corvi potevano godere della luce delle stelle sante.
Nel Clan dei Corvi vigeva da settemila anni la pedarchia, il governo dei bambini. Ogni cinque anni un bambino veniva creato sovrano, e la sua purezza, il suo candore infantile diventavano un modello per i sudditi. Quando i bambini raggiungevano i nove anni di età, la carica veniva affidata a un nuovo sovrano.
Da secoli il Clan dei Corvi non intrecciava relazioni coi restanti clan. I selvaggi non avevano mai conosciuto il loro reame. Così il re-bambino era al sicuro, e un’ulteriore protezione gli era concessa da una cerchia di sacerdoti che all’occorrenza si improvvisavano medici e taumaturghi. Erano sacerdoti saggi, che conoscevano a memoria la legge e la rispettavano rigidamente. Ma il loro compito principale era quello di salvaguardare la Promessa da potenziali minacce.
Quella che i membri del Clan dei Corvi chiamavano Promessa era un messaggio scritto in un dialetto poco conosciuto e molto antico ad opera del chiaroveggente Kemìr Alkahano. L’iscrizione era riportata su un’enorme foglia di melo, che nei secoli si era fossilizzata nell’ambra e veniva custodita in uno scrigno, in una zona ignota delle grotte. Risaliva ad un secolo prima dell’anatema originario, e i sacerdoti e il re-bambino la tenevano in grande considerazione. La Promessa non era altro che una profezia non ancora avverata: tutti i membri del Clan dei Corvi – circa tremila – la conoscevano a memoria e la recitavano durante le cerimonie sacre.
Le parole della Promessa dicevano:

Alla morte del nostro Sole d’oro
i cuori degli Ibridi sbocceranno
come belle di notte per ricevere
la soave chiarità di un’alba cosmica.
I popoli della notte sentiranno vibrare
le loro anime insieme
ad una dolce musica stellare.

Da tempo i sacerdoti avevano creduto di riconoscere le prime avvisaglie di questo cosmico sommovimento. Piccole scosse, visioni improvvise negli specchi di roccia e numerosi altri segni suggerivano che la profezia di Kemìr Alkahano, qualunque cosa significasse, si sarebbe presto compiuta.

* * *

Nel settimo anno del Cigno il Clan dei Corvi fu turbato da un avvenimento sconvolgente. Era l’ora in cui i membri del clan si mettevano a dormire nelle loro case di roccia e nelle tenebre delle grotte tutto sembrava quieto, silenzioso. La casa reale luccicava alla luce di fievoli focherelli e la sua immagine si riverberava nelle stalattiti e nelle stalagmiti giungendo fino alla fine del reame, tranquillizzando gli Ibridi del Clan dei Corvi con la sua sembianza. Nella stanza del perdarca i sacerdoti dormivano con compostezza nei loro abiti colorati. Ma un uomo molto sensibile avrebbe percepito nell’aria il sentore di qualcosa di inquietante e al tempo stesso di favoloso, che, all’insaputa di tutti, aveva innescato un suo meccanismo latente; avrebbe capito che quella serenità, per la prima volta, non era altro che una parvenza incantata e idilliaca.
Tutto d’un tratto l’immagine che le rocce specchiavano cambiò, e un urlo carico di sgomento riempì l’aria greve delle caverne: il vagabondo Vedaharani correva intorno alla casa reale gridando con tutta la forza che aveva dentro. La sua voce destò di furia tutti gli Ibridi del Clan dei Corvi dal loro precario dormiveglia.
«Il re-bambino è stato rapito! Il re-bambino è stato rapito!»
Piombò il silenzio, e ancora la sua voce tuonò: «Il re-bambino è stato rapito! Sacerdoti, uomini del clan, il nostro sovrano è stato rapito!»
Il capo dei sacerdoti, un Ibrido col viso rosso e butterato, che sostava a quell’ora di fronte alla casa del re, accorse spaventato.
«Cosa vai blaterando, vecchio pazzo? Il re-bambino è al sicuro nel suo letto, vegliato dai sacerdoti.»
«Ho visto coi miei occhi gli Ibridi selvaggi penetrare nella casa reale dalla finestra sul retro. Sono fuggiti dopo averlo infagottato e io mi sono dovuto rifugiare dietro quella parete. In nome del dio, credetemi. Dico la verità, non c’è tempo da perdere.»
Le chiacchiere di Vedaharani si rivelarono veritiere. Il re-bambino era scomparso dal suo giaciglio senza che i sacerdoti se ne accorgessero. Tale rivelazione destò scompiglio nella casa reale. Mentre ci si chiedeva come i selvaggi avessero trovato il loro reame, il capo dei sacerdoti dava disposizioni ai guerrieri affinché inseguissero i fuggitivi.
Alla caccia, che si protrasse per lunghe ore, si unì anche Vedaharani. Negli alti anditi di roccia il rumore dei passi dei cento guerrieri riecheggiava stentoreo. I rapitori del re-bambino, non ancora identificati, erano riusciti a cancellare le proprie tracce.
Frattanto il capo dei sacerdoti si recò nell’antro in cui era conservata la Promessa e, inginocchiatosi dinnanzi all’icona del dio, pregò affinché tutto andasse nel migliore dei modi. Intorno a sé l’uomo vedeva ogni cosa sotto una luce deformante e gli sembrava che presto avrebbe delirato. Era accaduto tutto così in fretta che il suo cervello non aveva fatto in tempo ad assimilare il fatto. Mentre, dinnanzi all’icona, serrava la mascella e, contro i doveri imposti dal suo ministero, covava nel profondo del cuore una rabbia indicibile verso i selvaggi, sapeva che qualcosa di misterioso si stava compiendo, e aveva a che fare con la Promessa di Kemìr Alkahano.
Fu la notte più lunga del Pianeta Sacro. I guerrieri, stanchi e prostrati, giunsero ai confini dei regni dei selvaggi senza alcuna speranza, certi che al re-bambino era successo qualcosa di terribile. Immettendosi di corsa nelle vie in cui giacevano supini, semiaddormentati, i membri del Clan selvaggio dei Sassi, videro uomini e donne osservarli come animali braccati da dietro le stalagmiti. I loro occhi estatici parevano partecipare del loro dolore, ma allo stesso tempo manifestavano una certa diffidenza inospitale.
«Buon dio! – disse Vedaharani a un ufficiale della guardia che minacciava con la lancia i selvaggi, seguendo a passi svelti gli altri guerrieri. – Buon dio, sono questi gli uomini che un tempo popolavano insieme a noi il nostro Pianeta?»
Un selvaggio, intimidito dal viso severo di un guerriero, cercava una via di fuga. Il guerriero gli puntò la lancia sul viso.
«Hanno più paura di noi, risparmiali! Risparmiali!» gridava Vedaharani.
Il selvaggio aveva indicato al guerriero un enorme tempio rude, sulle cui pareti si attorceva un’edera di pietra. Era una delle locande-museo in cui i selvaggi eseguivano le loro pratiche terribili.
Tra le urla di Vedahrani i guerrieri procedettero fino al tempio. Non appena varcarono la soglia, ai loro occhi si presentò uno spettacolo agghiacciante.

Nello stesso istante in cui i guerrieri entravano nel tempio dei selvaggi, il capo dei sacerdoti aveva chiamato a raccolta tutto il popolo. La folla si accalcava dinnanzi alla casa reale, e gli specchi riflettori restituivano i loro visi pallidi e confusi.
Dinnanzi alla porta della casa reale era perfettamente distinguibile, fra i sacerdoti, la madre del re-bambino, Merija. Il suo dolore in quel momento era ineffabile, eppure il suo bel viso e i suoi occhi lucidi sembravano non rassegnati, ma in preda a un’atarassia divina. Le pupille non guardavano ciò che succedeva intorno a lei, bensì un luogo interiore, solo a lei noto.
Il capo dei sacerdoti invitò i membri del Clan dei Corvi alla preghiera, ed essi diedero prova di grande fede.
Era come se tutti avessero saputo già da tempo quel che sarebbe successo quel giorno. Nessuno ebbe più dubbi. Il momento era tanto solenne che il capo dei sacerdoti volle recitare la Promessa.
<i> «Alla morte del nostro Sole d’oro…»

«Il re-bambino è sull’altare! Lo stanno uccidendo!»
Non appena i guerrieri videro assiepati intorno all’ara sacrificale dieci selvaggi, capirono che la loro missione era fallita. Ma allo stesso tempo sentirono che ciò che avveniva davanti a loro era un miracolo, ed era ciò che stava scritto nel libro del destino, ciò che Kemìr Alkahano aveva promesso, ciò che tutti si aspettavano da sempre: il Sole d’oro, il re-bambino si era immolato per la loro salvezza. E loro non solo non volevano, ma non dovevano neanche impedire quel miracolo.
Il fanciullo, steso sull’ara sacrificale, coi bei capelli biondi che ombreggiavano la fronte delicata, sembrava guardarli da universi lontani. I selvaggi lo fecero stendere sull’altare e una punta di roccia venne sollevata sul suo petto immacolato.
Si compiva la Promessa del vecchio chiaroveggente:

«…i cuori degli Ibridi sbocceranno
come belle di notte per ricevere
la soave chiarità di un’alba cosmica.»

La punta di roccia ricadde violentemente sul petto del re-bambino, e dal suo costato sgorgò un sangue purificatore.

«I popoli della notte sentiranno vibrare
le loro anime insieme
ad una dolce musica stellare.»

Nel Settimo Anno del Cigno, alla morte del re-bambino, le grotte del Pianeta sacro ebbero uno scricchiolio. E lo scricchiolio divenne un fremito, e il fremito un boato. Come un leviatano immenso che erompe all’improvviso livido ed ansante da un’infinita distesa di acque prima tranquille, il centro della terra si rivoltò.
Tutto accadde in un unico istante dorato.
Le grotte sotterranee emersero in superficie; sulle pareti di roccia si aprirono passaggi, varchi e porte argentate verso un mondo antichissimo; e tutti i popoli delle grotte sciamarono verso le gradinate che conducevano a quell’orizzonte così limpido e meraviglioso. A tutti fu chiara la grandezza del sacrificio del re-bambino.
Era l’aurora di Mida e Paravahate, e i Clan le rivedevano sfavillare in alto come in un sogno d’infanzia. Le due stelle sante riversavano la loro luce liquida e copiosa sul Pianeta Sacro e per i cieli puri si libravano soavi le fenici azzurre, dalle piume simili a zaffiri orientali. Nulla era cambiato dai tempi in cui l’anatema originario era prossimo a venire.
I raggi delle due stelle, nella dolce musica stellare che con una tale chiarezza e fedeltà Kemìr Alkahano aveva descritto millenni prima, si rifransero sugli specchi riflettori delle grotte, che ne restituirono lampi abbacinanti. Stalattiti e stalagmiti proiettarono fili di luce che si intersecarono in una ragnatela di biancore.

Le cronache terrestri del 6513 attestano che, nel bel mezzo della notte, tutto l’universo fu investito dalla grandezza luminosa di quel prodigio. I satelliti e i telescopi puntati sulle costellazioni lontane di Mida e Paravahate immortalarono uno dei momenti più poetici della storia universale. E furono molti i terrestri che giurarono di aver visto apparire e sparire nel cosmo, in lontananza, un volto sereno di bambino.
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Re: RACCONTI 57° CONTEST

Messaggioda Misery » 03/02/2010, 22:07

Minor Arcana: Seven of Pentacles

Come nascono gli alberi d'oro


Due giovani campagnoli, stanchi della vita monotona nei campi, avevano deciso di viaggiare. Camminarono in lungo e in largo ma non videro niente che potesse catturare la loro attenzione. Un giorno, ormai delusi sulla strada di casa, vennero attirati da un ramo stracolmo di ciliegie che sbordava da un alto muro.
Non avevano mai visto dei frutti così perfettamente rotondi e di un rosso così acceso. Sembravano quasi finti ma, quando ne misero uno in bocca, scoprirono con gioia che il sapore era altrettanto delizioso. Quello era il verso sapore di una ciliegia e quelle assaggiate in precedenza, parvero loro nemmeno da contare.
Se quello era solo un ramo, chissà come doveva essere grande e maestoso l'intero albero! E il giardino? Doveva essere un giardino enorme, pieno di meli, peschi e palme delle terre del sud, i cui frutti non avevano mai assaggiato ma solo immaginato.
Presi dalla curiosità, girarono intorno al muro per trovare un'entrata, ma sprecarono inutilmente tre intere giornate. Alla fine, decisero di scavalcare ed entrare così di nascosto.
Appena furono sulla cima del muro, guardarono con meraviglia il gigantesco parco che si stendeva davanti a loro. Corsero tra gli alberi, assaggiando un morbido fico, mordendo un succoso arancio. Non ci fu frutto che non staccarono dall'albero e solo quando venne sera, si ritennero sazi. Il giorno dopo e il successivo continuarono a ingozzarsi di quei frutti appetitosi finché, giunti a quella che sembrava la fine del giardino, trovarono gli alberi d'oro.
Erano a centinaia, alcuni piccoli, altri grandi e vigorosi come querce. Alberi dal tronco scuro come la notte e foglie chiare come l'alone bianco attorno al sole. Dai rami pendevano frutti diversi per ogni albero, ma erano tutti d'oro. Uno dei viaggiatori staccò un pomo e provò a mangiarlo. Gli si spezzò un dente: era d'oro massiccio, puro e lucente.
Avidamente, i due compagni iniziarono a raccogliere quei frutti tanto speciali. Ne avrebbero fatta incetta e poi portata alle loro povere famiglie. Se li misero nella borsa, nelle tasche, nella camicia, che sbottonarono apposta per far più spazio; li misero anche nelle braghe, perché avevano finito i posti possibili.
Ma tanta fatica non valse a niente, perché dal fondo del giardino degli alberi d'oro, comparve un uomo. Aveva un aspetto mite e occhi buoni e portava con sé una cesta chiusa.
“Perché venite a rubare nel mio giardino?” chiese loro senza rabbia.
“Scusateci buon uomo, ma avevamo fame e siamo entrati nel vostro giardino senz'altra cattiva intenzione che mangiare qualche frutto e riempirci la pancia. Poi siamo arrivati qui e abbiamo pensato di portare un po' d'oro alle nostre povere famiglie.” rispose uno dei viaggiatori, che a parole era più astuto.
Il buon uomo sorrise, ma indicò l'oro che ancora tenevano addosso.
“Avete ottime ragioni, miei cari giovani, ma quei frutti non sono vostri, appartengono a chi li ha pazientemente cresciuti.”
I due compagni acconsentirono a malincuore a separarsi da tutti quei meravigliosi frutti. Il più astuto però chiese
“Buon uomo, non potreste allora insegnarci a crescere simili alberi? Potremmo far star bene le nostre famiglie e non ruberemo più niente a nessuno.”
“Ah, giovane! Non è difficile” rispose l'uomo dal sorriso gentile “Seguitemi, che vi farò vedere come si fa.”
Li condusse più avanti, a della terra pronta per essere seminata. Appoggiò la cesta e l'aprì, rivelando diversi scudi d'oro. Non erano lucenti come i frutti di quegli splendidi alberi, ma al contrario, sporchi come se avessero appena assistito a una battaglia. Li seminò poi nel terreno, coprendoli con cura. Quando ebbe finito, si alzò in piedi e spiegò che bastava piantare dell'oro per moltiplicarlo nei frutti che ne sarebbero venuti.
Stupiti e affascinati al contempo dalla facilità con cui si poteva ottenere tanto oro, i due viaggiatori corsero alle loro case, dove spiegarono, tra le risate dei genitori, che seminando monete, sarebbero cresciuti alberi stracolmi di esse.
Non curandosi delle proteste delle loro famiglie, entrambi piantarono una moneta d'oro ciascuno, poi la coprirono per bene di terra e ogni giorno l'annaffiavano d'acqua, sperando che crescesse presto una bella piantina.
Ma niente crebbe e i due compagni rimanevano delusi ogni giorno di più.
Per scherzare un po' con il suo amico, il più astuto, cavata fuori l'ultima moneta d'oro dal suo magro borsello, andò a trovare il compagno. Questi, che stava irrigando di lacrime il solco dov'era sotterrata la moneta, si rallegrò alla vista dell'altro, sperando di parlare di tutto meno che degli alberi d'oro. Invece questi gli fece vedere la moneta, esclamando
“Guarda il primo frutto del mio albero d'oro!”
Si aspettava una risata da parte dell'amico, che invece, afferrata una vanga, lo colpì in testa, facendolo stramazzare al suolo. Subito imbrattò di sangue la terra, compreso dove riposava la moneta.
Pentito dal suo gesto, il giovane pianse e si disperò a lungo. Ma le urla di dolore si spensero, non appena in giardino spuntò una timida piantina dell'albero dell'oro.
Pazzo di gioia, corse per tutto il villaggio annunciando che la pianta dell'oro stava crescendo a casa sua. Dapprima nessuno gli credette, ma si dovettero ravvedere quando si trasformò in un piccolo arbusto dal legno nero e le foglie bianche, dalle quali spuntavano delle minuscole bacche d'oro. Invidioso, qualcuno tentò di rubargliele, ma il giovane si mise notte e giorno a fare la guardia al suo cespuglio che continuava a crescere e dare frutti sempre più grandi, uccidendo con la vanga chiunque capitasse troppo vicino al suo tesoro. E la terra continuava a essere imbevuta di sangue.
Passati degli anni il giovane, ormai divenuto un uomo ricchissimo, decise di fare una visita al buon uomo di quel meraviglioso giardino.
Trovò subito l'entrata e si diresse di gran carriera, tronfio dei suoi anelli preziosi, dritto fino al giardino degli alberi d'oro, non notando come, attorno a sé, la vegetazione fosse tutta bruciata. Lì il giardiniere, che non era cambiato di una virgola, stava innaffiando nuovi virgulti. Riconobbe l'uomo e gli sorrise, ma stranamente, pur essendo lo stesso sorriso, appariva disgustoso.
“Vedo che avete scoperto il giusto modo di crescere gli alberi d'oro.” gli disse, notando la magnificenza dei suoi abiti.
“Ho solo fatto come mi avevate detto” disse allora questi, non capendo “Ho seminato una moneta e questa è germogliata in un albero dai frutti d'oro.”
Il buon uomo scosse la testa.
“Ah, non avete ancora capito allora...”
Il riccone allora guardò l'acqua scura con cui il giardiniere stava irrigando la terra. Densa e rossastra: sangue.
Finalmente capì e, spaventato, cercò di scappare, ma i suoi piedi vennero imprigionati alla terra arsa. Il buon uomo, che non aveva più indosso umili abiti, ma vesti degne di un re, gli si avvicinò, guardandolo con occhi di fuoco.
“Vi devo ringraziare. Per merito di gente come voi, l'oro continuerà a nascere dal sangue e io continuerò a seminare e seminare.”
Dette queste parole, tornò al suo lavoro, mentre l'uomo si trasformò in un melograno, il cui frutto venne mangiato da un giovane viaggiatore, venuto col compagno ad esplorare il giardino.
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Re: RACCONTI 57° CONTEST

Messaggioda Enfaddd » 04/02/2010, 0:23

La regina di spade


Il freddo pungente le pizzicava il viso e le mani, eppure non tremava. Dopotutto era abituata a sentirlo dentro, il freddo. Scivolava silenziosa lungo le colline ricoperte di neve, mentre la lunga veste lasciava dei solchi dietro di lei. Gli alberi, anch’essi coperti di neve eccettuando la corteccia che risaltava scurissima in tutto quel bianco abbacinante, sembravano fissarla come ciechi guardiani al confine di un mondo ove il bianco era solo una parvenza di purezza. In mezzo a questo manto candido e soffice che tutto rivestiva, la sua figura scarlatta spiccava come una lama insanguinata dal pallido petto di un moribondo. Invece, una lama assolutamente immacolata riposava tra le sue mani gelide. Se la stringeva al petto come un talismano protettivo e, intanto, avanzava. I suoi occhi di ghiaccio ignoravano tanto niveo splendore, fissi com’erano dritti avanti a sé. Malgrado una ressa di pensieri confusi si agitasse nella sua testa, sotto il peso della corona luminosa, la sua espressione non tradiva emozione alcuna. Cercò di respingere tanto disordine mentale, aborrendo un tale caos. Tutto doveva essere lineare e trasparente; non come questa neve opaca che celava sotto il suo manto tutte le cose impure di questo mondo. Questo mondo… Un mondo in rovina, ecco su cosa regnava. Un mondo dove perfino le stagioni non si susseguivano più, inorridite da tanta miseria.
Era salita al trono succedendo a sua madre, morta in seguito agli avvenimenti dell’ultima Guerra. All’epoca aveva solo quindici anni, e già era diventata la regina di un disastro. I ribelli che avevano fomentato la sommossa non si arrendevano alla sconfitta. Neppure la magia degli Stregoni era servita a qualcosa. Ma lei non si era certo arresa. Tutto questo disordine andava distrutto, spazzato via, per lasciare spazio ad un mondo chiaro e trasparente.
A diciotto anni aveva sposato un nobile per una sorta di matrimonio di convenienza: un’unione studiata, atta a compiere il prossimo passo del suo piano. Dopo il matrimonio, aveva unificato il Regno del Sud e il Regno del Nord, piazzato sentinelle sulla linea di confine, posizionato dei sovrani-fantocci a monitorare la situazione. Aveva fatto imprigionare e condannare i ribelli. Aveva soppresso le piccole rivolte locali. C’erano stati sacrifici, ma era il prezzo da pagare. Eppure, dopo quasi venti anni, le ribellioni non erano cessate ma anzi, sfociate in un’altra guerra. La Terza Guerra. Lei stessa era scesa in campo più di una volta, ma a nulla era valso. Suo marito era morto in una delle tante battaglie, un’altra pedina perduta. Eppure sembrava che in questa sterminata scacchiera che era diventata il suo regno ogni pezzo mangiato venisse sostituito da un altro.
Si fermò un istante, strinse gli occhi. Poteva ancora vedere il disastro e il sangue, come fossero impressi a fuoco nella sua retina.
In seguito all’ultima strage avvenuta in un campo del Nord, aveva avuto la conferma che una spia stava tramando alle sue spalle. Aveva assoldato uno stregone per proteggerla, e si era rifugiata in un piccolo paese del Sud, celando la sua vera identità e continuando a dirigere i giochi da lì. Buffo, non fosse stato per il fatto che qui la povertà era ancora più tangibile e visibile che nel Regno del Nord, non avrebbe notato la differenza. Anche qui la neve immonda ricopriva tutto con l’arroganza dei fenomeni atmosferici. Non sopportava una tale supponenza.
Erano passati mesi, chissà quanti, e nulla era cambiato. Le cose si erano solo fatte più cruente. Ormai era convinta che limitarsi a giocare, o anche scendere in campo, non bastasse più: doveva eliminare tutti i pezzi, sgombrare la scacchiera.
Si fermò di nuovo, sul limitare della valle, ma questa volta tenne gli occhi ben aperti sullo spettacolo che le si ergeva davanti: il fumo si levava alto e scuro, coprendo il cielo. Alte, scarlatte fiamme avvolgevano ogni cosa, sostituendosi al bianco della neve. Strilli, urla, lamenti si accalcavano gli uni sugli altri. I suoi occhi spostavano rapidi da una parte all’altra, scrutando la confusione che si prostrava ai suoi piedi, estendendosi sempre più. Che orrore. Ma presto tutto questo sarebbe cessato. Pulizia era stata fatta, e ora non restava che togliere di mezzo anche l’ultima pedina. Con la mano sinistra afferrò la corona e la scagliò giù dalla collina, nel paese in fiamme che solo fino a qualche ora prima l’aveva ospitata.
Poi, stringendo l’elsa della spada con entrambe le mani, lanciò un ultimo sguardo verso il suo mondo devastato, ma pronto per rinascere. E si conficcò la lama nel petto.
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Re: RACCONTI 57° CONTEST

Messaggioda Agony » 04/02/2010, 20:32

Unmei no wa (la ruota della fortuna)


Eiko era salita sulla ruota panoramica senza chiedersi il perché. Rispetto agli altri che entravano in compagnia di amici o fidanzati lei era entrata silenziosa e con una certa impazienza dentro la cabina senza fiatare e senza il minimo imbarazzo. Era come ipnotizzata: qualcosa l'aveva attirata li dentro, non sapeva dire cosa, ma quando l'aveva visto da lontano, pieno delle lucine accese in anticipo rispetto al tramonto che ancora non era in atto si era resa conto che aveva un'improvviso bisogno di vedere la città dall'alto, come se volesse arrampicarsi un ricordo offuscato. Il problema era che lei non capiva perché provasse nostalgia a salire su un'attrazione che per lei non era mai significato nulla.
La ruota iniziò a girare così lentamente che era come se non si muovesse, la cabina color verde stava toccando il punto più alto e lei, distrattamente, continuava a guardare le persone piccole come formiche e le case che ingoiavano le strade e immaginava i palazzi di varia grandezza come se fossero dei grafici dinamici in 3D cercando dentro di se un collegamento tra il palazzo più alto e quello che poteva rappresentare. Tirò un sospiro di sollievo: era entrata in quel posto per rilassarsi dall'ennesima delusione alla festa per i single dove era appena stata con le sue amiche. Non solo non riusciva a trovare un uomo che riuscisse a far breccia nel suo cuore ma non trovava nemmeno uno che riuscisse a sopportare per tre incontri di seguito, sembravano tutti correre verso la meta del matrimonio (o della copulazione) senza interessarsi della persona con la quale procedere. Si chiese se troverà mai una persona con cui invecchiare e sospirò ancora, il suo cuore era ancora freddo come il panorama invernale che le si parava al di fuori della cabina.
La sua mano in tasca in quel momento toccò un oggetto che non ricordava di aver messo all'interno e tiratolo fuori vide che era un anello che non aveva mai visto.
Meditabonda inclinò la testa cercando di ricordare dove l'avesse preso e lo sguardo andò, come per incanto, fisso verso una piccola casina in lontananza che però aveva subito perso di vista, risvegliatasi come da un sogno riguardò la mano ma si accorse che era vuota.

La coppia si stava godendo il panorama dalla ruota panoramica, il sole estivo era alto nel cielo limpido e azzurro che privo di nuvole rendeva più scintillanti le numerose finestre che riempivano i grattaceli e i palazzi della enorme città moderna. Mentre si alzava, il mondo che si faceva più piccolo e scoperto ai suoi occhi lo rilassavano e con naturalezza aprì un piccolo finestrino in alto alla cabina per poi accendersi una sigaretta.
-E' stata una bella idea salire quassù vero Eiko?- chiese alla ragazza che sedeva di fronte a lui.
-Hai ragione amore, mi sono sempre piaciute le ruote panoramiche, nonostante siano delle attrazioni non sono movimentate come le montagne russe ma ti fanno godere meglio la città dove vivi.- disse lei accarezzandosi l'anello al dito come se fosse un amuleto.
Shun la guardò dolcemente e con il sorriso tenero stampato sul volto tirò fuori dalla tasca della giacca una piccola bottiglia di sake.
-Ho voluto scegliere questo posto per brindare con te l'acquisto della nostra nuova casa perché quando la cabina toccherà il punto più alto della ruota saremo più vicini al sole tanto da chiedergli la nostra benedizione e potremo anche vedere la nostra abitazione verso quel punto la. Così, mettendoci tra il sole e la nostra casa potremo chiedere a qualche divinità se potrà proteggere l'avvenire della nostra famiglia.
Eiko sorrise: quel romanticismo inatteso misto alle credenze popolari era tra le cose che trovava più tenere e amorevoli di quell'uomo, a quel punto la cabina arrivò al punto più elevato del suo giro.

Shun aveva le mani nei capelli e si teneva appoggiato alle ginocchia in gesto di disperazione. La cabina che ospitava solo lui oramai aveva superato il punto più alto del moto circolare della ruota ma Shun non riusciva a godersi il panorama mattutino che gli si parava dai finestrini della cabina. La testa gli doleva moltissimo, sicuramente la colpa era del sake che aveva bevuto in grande quantità anche se astemio, ma non gli importava molto, dalla vita non aveva molto da chiedere oramai: i suoi genitori erano morti entrambi nel rogo scoppiato in casa a causa di quella maledetta e improvvisa fuga di gas lasciandolo solo e con il mutuo da pagare e, proprio poche ore prima, aveva anche perso il lavoro:
-La ringraziamo per l'apporto lavorativo datoci- gli avevano detto-ma stiamo effettuando uno snellimento del personale atto ad ottimizzare il rapporto costi-ricavi dell'azienda, lei sicuramente potrà capire la nostra politica aziendale...
Bastardi...non si degnavano nemmeno di dire le cose come stanno in realtà, ovvero che mettevano in mezzo a una strada un povero derelitto con il mutuo della casa da pagare ma gentilmente parlavano di “snellimento del personale”.
Shun aveva bevuto molto...troppo, ma non gli importava nulla ed estraendo dalla giacca una bottiglietta di sake e cominciò a berne avidamente il contenuto.
Non appena si accorse di aver svuotato la bottiglietta di liquore Shun la buttò distrattamente a terra ed estrasse dal taschino il pacchetto di sigarette, ne prese una.
Accesa la sigaretta ne tirò avidamente due boccate, lo sguardo gli cadde sulla porta della cabina: il blocco di sicurezza non era inserito, un'occhiata verso il basso, il suolo coperto di foglie secche sembrava un giaciglio adeguato...una via d'uscita...un passo.

Il giostraio vide le ultime persone allontanarsi dalla sua ciclica creatura meccanica e si apprestò a darle il suo meritato riposo notturno.
La sera oramai era calata e il giorno si apprestava a morire per far posto a quello successivo e al tepore che la dolce stagione primaverile aveva appena portato, egli vide un ragazzo e una ragazza nei pressi dell'uscita, ignorava il loro passato, il presente e soprattutto il loro futuro, ma non gli interessava affatto: lui domani si sarebbe limitato di nuovo a far girare la sua ruota, come il giorno prima e tutti gli altri a venire e in quale situazione si sarebbero trovati loro sulla ruota non è dato saperlo...questa è la legge del caso.
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Re: RACCONTI 57° CONTEST

Messaggioda snoopy&woodstock » 04/02/2010, 22:42

X -THE WHEEL OF FORTUNE -


Antonio Salieri si sentiva fiero del proprio lavoro. L'Europa riconosciuta era una di quelle opere che riuscivano a fargli tornare il buonumore, sebbene si trattasse di drammaturgia. Assistervi a Vienna – e non a Milano, dove si era registrato un riguardevole successo – in un freddo maggio di fine secolo era impagabile.
Nelle stanze della corte riservate al compositore, il fuco era acceso e l’assoluto silenzio si rompeva solo sotto i passi energici di Salieri. La scarsa servitù che vegliava di notte attraversava i corridoi badando bene a non fare il minimo rumore. Il compositore si svestì del cappotto e della giacca, rimanendo da solo nel suo ampio studio.
D’improvviso, nell’aria fosca e fuligginosa della camera, risuonò un campanello, uno di quei sonaglini che le donne di dubbia fama erano abituate a portare allacciati al polso o alla caviglia. Salieri trasalì, come rapito dalla nitidezza di quel suono. Si immobilizzò nello sforzo di aguzzare l’udito.
Il campanellino si agitò di nuovo.
«Chi va là!» starnazzò Salieri, rompendo la malìa. Voltò il capo convulsamente, a destra e a sinistra, alla ricerca della fonte del tintinnio.
«Sono qui…». La fanciulla apparve dietro le spalle di Salieri, di fronte allo specchio. Il compositore sobbalzò, spaventato dall’apparizione dell’intrusa.
«Chi siete?» sbottò.
La donna si spostò leggiadramente, facendo tintinnare i bracciali, la collana e il vestito di perle nere. I suoi capelli disordinati ondeggiarono con eleganza, come se fluttuassero nell’acqua.
«Sciocco – rise – Non sono la donna che voi volete».
«Eravate allo spettacolo, in una delle nicchie. Che volete voi da me?».
«Non così in fretta, signor Salieri» rispose la donna, socchiudendo le palpebre in modo nobile e zingaresco al contempo. «Non così in fretta».
«Che significa? Signorina, lei…».
«Madame» lo interruppe distrattamente la fanciulla.
«Prego?».
«Il mio nome. Chiamatemi Madame».
Salieri sentì crescere la propria indignazione e sbatté le palpebre ripetutamente. «Che scherzo è questo? Inaudito! Se ne vada immediatamente, altrimenti…».
La risata di Madame proruppe istantaneamente, frastagliata e squillante, mentre con una mano afferrava la spalla di Salieri e lo forzava a sedersi su una sedia comparsa dal nulla.
«Altrimenti… cosa, Antonio?».
«La smetta di prendermi in giro. Se ne vada».
La donna distese i lineamenti, rabbuiandosi. La catenina col sonaglio in mezzo al decolleté smise di risuonare. «Non ho intenzione di prenderla in giro».
«Mi era parso il contrario» ribatté il compositore, cautamente.
Trascorse un momento – un istante, un secondo, un minuto o forse solo un respiro – in cui nulla si mosse a parte Madame, che circumnavigava con solerzia la figura seduta e rigida di Salieri. Il vestito di perle e nastri scandiva un ritmo asimmetrico sul pavimento di pietra.
«Insomma, cosa spera di avere da me? È forse un’ammiratrice?».
Madame sorrise in silenzio. «Non ne ho l’aspetto, nevvero? – rispose – Non si tratta più di scoprire cosa io voglia da voi, ma quanto voi possiate ottenere da me».
«È forse un fine perverso, il vostro?» replicò il compositore, deglutendo.
Una risata felina sfuggì dalle labbra di Madame. «Come siete pomposo, Antonio. Un “fine perverso”. Non è forse quello che voi tutti uomini avete?». Sospirò. «Non è questo ciò di cui intendo parlarvi. È mia intenzione proporvi un patto, un accordo molto potente».
«Che genere di patto?» borbottò Salieri con una vena di curiosità, sistemandosi sulla sedia.
All’udire le parole, la donna si infiammò; i capelli ondeggiarono più di quanto fosse immaginabile, le gote pallide si tinsero rosso e gli occhi, con iridi gigantesche, brillarono intensamente. Madame si slanciò contro Salieri, avvicinò il viso a quello del compositore e vi frappose… un ventaglio di carte.
«Scegliete una, direi, se fossi un mago da quattro soldi. Ma l’ho già scelta io per voi. Accettate il patto».
«Parlate chiaro, vi ascolto» boccheggiò Salieri.
Madame ruotò il polso, mostrando l’altro lato del ventaglio: Arcani maggiori e minori. Le carte erano tarocchi.
«Antonio! Avete timore del vostro futuro?» gridò la donna, estraendo con dita affusolate La Ruota della Fortuna.
Dopo un attimo di indecisione, Salieri negò.
«Volete conoscerlo, allora, in questo momento e in ogni anno della vostra vita?».
Il compositore tentennò il capo e rovesciò indietro gli occhi, preda di una rete fitta di sensazioni, visioni, impressioni. Un carnevale di figure gioiose e raccapriccianti sfilava, impazzito, dinnanzi a lui; si trovava a Venezia, forse? Gli sembrava di scorgere una maschera imponente, in piedi, su un terrazzo. Il doge? Salieri provò ad affilare lo sguardo, ma la luce del sole gli impediva di vedere nitidamente. Una ruota gigantesca tagliava la piazza, nel solco di arlecchini che si facevano da parte per non essere schiacciati. In cima al disco di legno camminava un giocoliere in abiti pacchiani: vestiti di seta lilla, un folto cappello piumato e… una maschera dorata, che però cadde, scalzata da un sobbalzo della ruota.
Mozart. Il giocoliere era Mozart.
Il doge si sporse dal balcone, salutando con un gesto la folla eccitata e togliendosi la maschera. Ancora Mozart.
Salieri respirò con un rantolo, come dopo un’apnea, e aprì gli occhi. Con una mano si strinse al tavolo che gli era comparso davanti, con l’altra si asciugò il sudore che sentiva scorrergli sul viso, ma non c’era.
«A voi la decisione» bisbigliò Madame, accarezzando una carta del suo mazzo. Seduta all’altro capo del tavolo, era intenta a disporre i tarocchi in ordine geometrico, approssimativamente piramidale.
«Che ricompensa volete?».
«Perchè non riveli il vostro odio segreto o per il dono che vi offro?».
«La seconda».
Madame chinò il capo, riprendendo a disporre i tarocchi. Sorrideva. «Mi sono già ricompensata abbastanza, Salieri».

Il sette maggio 1825 faceva ancora freddo, a Vienna.
Salieri, nell’alloggio del ricovero, pigiava distrattamente i tasti del clavicembalo. Era pomeriggio inoltrato; anzi, l’ora di cena era ormai passata, per i ricoverati. La porta dell’armadio si aprì di scatto, sbattendo violentemente contro la parete.
Ma nessuno vi avrebbe fatto caso.
Madame uscì, leggiadra come quarant’anni prima, come sempre. Si tolse i guanti di seta, facendo tintinnare involontariamente – c’era dunque qualcosa che si potesse considerare involontario, nel suo atteggiamento? – la catenina a cui erano appesi numerosi campanellini.
«Antonio» sillabò la donna, algida.
Salieri sospirò lentamente. «Madame. Non ti sei ancora stancata di perseguitarmi?».
«Non posso lasciarti andare. Sei uno dei miei Arcani».
«È colpa tua se sono finito qui dentro, in queste condizioni misere. Mi hanno sentito parlare con te, ovvero al vento».
«Sei vecchio e cieco. Non è colpa mia se sei qua dentro, ma del destino».
«E qual è la differenza?».
Madame ristette. «Sarebbe inutile spiegartelo» replicò tetra.
L’ennesimo interminabile secondo di staticità, prima della solita, tremenda domanda.
«Antonio, vuoi conoscere il futuro, ora e in ogni anno della tua vita?».
Salieri riprese a suonare. «Perché la seconda parte della domanda? Ogni anno torni a presentarti nelle mie stanze, e chiedi di nuovo se voglio sapere il futuro».
«In ogni anno della tua vita» aggiunse Madame.
«Appunto. Basta, allontanati da me. Per la prima volta, non lo voglio conoscere».
«No?».
Salieri scosse il capo.
«Sciocco» sibilò Madame. Sfilò una carta da una piega del vestito e la sbatté sul clavicembalo. Era La Morte; l’unica carta che non fosse rappresentata da un essere terreno, ma da lei. Madame.
Salieri cadde con un tonfo, senza dolore. L’ultima nota del clavicembalo risuonò acuta, stridula, come il do minore del Requiem. Nel palmo di Madame comparve un campanellino, per un altro anno di vita che il suo Arcano aveva trascorso. La collana ormai si era maggiormente allungata; era ora di cambiarla.
E nessuno sembrò notare la giovane donna che usciva senza indugio dalla camera di ricovero di Antonio Salieri.
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